Dell’Embrunman, dell’Izoard e di altre sciocchezze…

Una favola di fine anno

Pochi giorni fa hanno aperto le iscrizioni all’Embrunman del 2019. La gara, in assoluto, che amo di più. Le Mythe. Le triathlon le plus difficile au monde. 3,8 km di nuoto, 188km di bicicletta e la maratona, dove, come si dice nell’ambiente, neppure il nuoto è piatto.

All’Embrunman il percorso di bici prevede 5000 metri di dislivello e una salita mitica, l’Izoard. Una cima fredda, faticosa e storica, che, per noi italiani rimane nella storia del ciclismo nazionale, quel ciclismo che così tante volte ci ha visto avversari dei cugini francesi, al Tour de France.

Ritiro pettorale Embrunman 2017 – E’ la quarta volta che Simone, mio marito, partecipa, forse la più difficile e la più sentita. Con questa gara abbiamo un conto in sospeso

C’è una storia, tra le tante, che mi è sempre rimasta dentro ed è attraverso quella narrazione che oggi vorrei descrivervi l’Izoard, perché anche a voi venga voglia di iscrivervi alla Gara mitica della saetta. Lo faccio con le parole di Giacomo Pellizzari che nel suo meraviglioso libro, “Gli Italiani al Tour de France”, così bene riesce ad entrare, in modo quasi mistico, sicuramente magico, nei pensieri dei miti del ciclismo italiano, nei loro momenti più difficili o più trionfali, per restituirci una narrazione che trasmette brividi e emozioni infinite. Coppi, Bugno, Pantani, Nibali, Magni… tanti sono i protagonisti del libro di Pellizzari, ma oggi è a Bartali che voglio volgiate la vostra attenzione perché sono i suoi di pensieri che ci descrivono la cima francese.

14 Luglio 1948: l’Italia freme dal terrore, c’è stato l’attentato a Togliatti. Il popolo rischia di insorgere. De Gasperi chiama Bartali e gli chiede l’impresa… vinci per questa Italia. 15 Luglio 1948 Bartali sale su quella bici per affrontare la lunga tappa che lo porterà da Cannes a Briançon e a scalare ancora una volta l’Izoard.

Bartali è un campione maturo, decotto, dicono in tanti. E’ vecchio! Quell’anno, per una serie fortuite di coincidenze, sfortune e mosse politiche e l’unica vera stella di quella nazionale che parte per il Tour. Il suo rivale, Coppi, di molti anni più giovane, non c’è (una polemica e una squalifica). Bartali ha vinto un Tour 10 anni prima e il 15 Luglio 1948 ha quasi 20 minuti di ritardo dal francese in maglia gialla, Louison Bobet. Ed è qui che comincia la nostra storia, all’inizio di quella salita, in cui Bartali comincia a parlare con la montagna.

“Sulla pietraia vado su che è una meraviglia. Dovreste vedermi: lo so che siete lontani da qui e che adesso c’è un gran trambusto laggiù in Italia per via dell’attentato a Togliatti, di cui siete ben più preoccupati che delle mie sorti. Ma provare a sforzarvi, anche solo per un momento. Cercate di immaginare la gioia, la rabbia e infine l’orgoglio che brucia in corpo a questo vecchio trentaquattrenne qui, mentre spinge sui pedali, i piedi ben fermi nelle gabbiette, il mento rivolto all’insù e la faccia protesa nel vento. Che il nemico a me piace guardarlo dritto negli occhi, mica di sbieco, come quel Pallante, incapace persino di sparare a un uomo indifeso soltanto a pochi passi di distanza”.

“Mi riconosci Izoard?”

“Il rumore leggero e malefico delle mie ruote ti dovrebbe suonare quantomeno familiare. Ho rigato la tua superficie come una carezza tanti anni fa, dieci per l’esattezza. Ero ancora un giovane scapestrato allora. Poi mi sono fatto uomo, la strada mi ha portato altrove, lontano da te, ma io non mi sono mai dimenticato della tua superficie, ruvida come la mano di una strega. Lo senti lo scattare improvviso del tubolare posteriore, freddo e sicuro, sulla tua schiena? La senti la gomma zigrinata sguazzare nella fanghiglia? E i sassi e i rami che schizzano a più non posso verso i bordi della carreggiata, addosso ai pochi spettatori giunti quassù? E queste gambe? Queste gambe qui, nere e smunte, stanche ma ancora forti da far paura, loro almeno le riconosci?

Dietro di me se mi volto a guardare, vedo solo il vuoto.”

La guerra ha profondamente segnato Bartali. E forse ha cambiato anche l’Izoard. Una cima che ha fama di non apparire mai uguale a se stessa, giorno dopo giorno.

L’Italia saprà solo molti anni dopo quanto il campione abbia fatto durante la guerra, salvando oltre 800 ebrei, trasportando documenti falsi nel cannone della sua bicicletta. Per chi volesse leggere l’intera storia, vi suggerisco il libro di Simone Dini Gandini, “La bicicletta di Bartali” che narra le gesta del grande ciclista in una corsa che valeva più di ogni vittoria al Tour.

“La prima volta che ti ho scalato, caro Izoard, era il 1938. La guerra ci avrebbe cambiato entrambi. Non potevamo saperlo allora. Ti trovo cambiato oggi, ma ti riconosco ancora. Quel gruppo di abeti laggiù, per esempio, mica c’era quella volta, ne sono certo. E poi, aspetta un attimo, quelle pietre, quei due massi aguzzi che paiono pugnali caduti dal cielo piantatisi sul dorso della tua schiena: sono cascati di recente, ci scommetto, vero? Del resto lo sanno tutti: sull’Izoard nulla rimane uguale a prima, tutto muta. Più facile domandarsi se tu rimanga la stessa montagna di sempre, oppure ne diventi un’altra, più grande, più matura e cattiva.

Le rocce che fanno quel che vogliono sulla tua pelle, vanno su e poi scendono di nuovo giù. Bradisismo d’altura. L’altra volta, proprio lì, prima di quel tornante, c’erano due massi giganti, me li ricordo bene perché ci si poteva passare in mezzo appena, come fossero le fauci di un lupo, pronte a chiudersi su di te all’improvviso. Ecco, ora quei due massi non esistono più. Guardo giù a valle, ma niente, non li vedo. Frantumati probabilmente, oppure chissà, erosi dal vento, sciolti dalla neve, demoliti dalla gelida pioggia”.

La mattina della gara, pronto ad entrare in zona cambio. All’Embrunman ancora una spartana cassetta per contenere gli oggetti personali. Come la sua cima più terribile, la tradizione qui chiede molto agonismo, tanta sofferenza e pochi fronzoli.

E poi nevica, nevica sull’Izoard. E’ il 15 luglio, è estate, ma su quella cima maledetta e benedetta, la pioggia si trasforma in neve e dentro quel freddo, nonostante tutto, Bartali sale, sale, sempre di più e sempre di più fa il vuoto dietro di sé.

“Ora però devo smettere di parlare, mi state facendo sprecare fiato prezioso per niente e non ne ho mica così tanto ancora. Finita la salita dovrò concentrarmi poi nella discesa: fino a Briançon sono venti chilometri, senza paracarro, la strada una pietraia e gli strapiombi minacciosi come lupi ululanti al tuoi fianco. Ora mi taccio, perdonatemi. In più mi bruciano gli occhi, il busto l’è gelato dalla vita in su come un ghiacciolo mangiato sul Lungarno, le mani poi chi le sente più? Come dite: frenare? E chi lo conosce più quel verbo? Ecco, avete visto? A Briançon ci arrivo per primo, manca poco, sono tutti troppo lontani ormai, perché mi riprendano. Avevate dubbi?”

Bartali è arrivato in cima, comincia a prepararsi alla discesa ghiacciata, ha recuperato quasi 20 minuti alla maglia gialla ed è determinato a non perderne neppure uno.

Tutti dall’ammiraglia, compreso Alfredo Binda, l’allora commissario tecnico, insistono perché si copra, perché metta una giacca, prenda un giornale, ma Bartali si butta giù così, senza nulla di più addosso, in una discesa a rotta di collo, nel ghiaccio, nella neve e nel vento, che nel frattempo si è fatto minaccioso.

“Vuole (Alfredo Binda ndr) a tutti i costi che indossi una mantella, oppure un semplice foglio di giornale, insomma qualcosa per la discesa. Dice che se no mi congelo. Bischerate! Io vado giù come mi pare e piace, mica sono un ragazzino che deve ascoltare quel che dicono babbo e mamma. E poi, dopotutto, anche le mani ora mi sembrano rinsavite […]. Anche sotto questo nevischio e questa tormenta, che ora si è alzato pure il vento, una buriana da mettere i brividi, anche sotto questo sfacelo, riuscirò a frenare. Ma non ce ne sarà bisogno, vedrete: in discesa sono una saetta, andrò giù dritto, che, lo sanno tutti, se freni, non vinci”.

L’ultimo pensiero per l’Izoard è il riconoscimento della montagna al grande campione. Perché non c’è nulla di più indimenticabile di un’impresa sportiva straordinaria.

“Izoard, ora sì, ci scommetto, mi riconosci. Avevi solo bisogno di tempo. Dovevi scrutarmi per bene e più a lungo, fiutare dappertutto l’impresa e poi comprenderne i contorni, così confusi perché tanto belli e grandi. Fai pure con comodo. Perché una giornata così, caro vecchio colle spelacchiato, tu quando la rivedi?”

Embrunman 2017: sull’Izoard, con grinta e determinazione. Non nevica, ma c’è stato un anno in cui abbiamo affrontato anche la neve, vero amore mio?

Spero che questa meravigliosa narrazione di Giacomo Pellizzari, vi faccia, nell’ordine, nascere un desiderio irrefrenabile di scalare l’Izoard sulla vostra bicicletta, magari durante l’Embrunman (qui il link per iscrivervi alla gara), venire una voglia incredibile di leggere i libro straordinario di Pellizzari “Gli italiani al Tour de France” (che potete acquistare qui) e ovviamente crescere la passione per quello sport feroce e bellissimo che è il ciclismo.

Da ammiratrice (tifosa non si può dire, quando sono nata non era più in attività) di Bartali posso solo chiudere con le straordinarie parole di Paolo Conte “Oh, quanta strada nei miei sandali, quanta ne avrà fatta Bartali, quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita, e i francesi ci rispettano che le balle ancora gli girano, e tu mi fai – dobbiamo andare al cine – e vai al cine, vacci tu”.  (Paolo Conte – Bartali)

Buona fine e buon inizio. Brindate ad un 2019 pieno di grandiose imprese sportive! 🏊🏼‍♀️🚵🏽‍♀️🏃🏻‍♀️

Nessun commento oltre ai suoi occhi e alla medaglia

PS Uno speciale augurio e ringraziamento a Giacomo Pellizzari per la sua incredibile capacità narrativa. Giacomo ha anche un blog, lo trovate qui. Giacomo sappi che non mi stanco mai di leggere i suoi libri.

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