Lettera aperta ad un Icon

Ci sono parole che si dicono di getto, senza pensare, altre che invece vanno ponderate e raccolte in fondo al cuore. Sono serviti quasi due mesi perché io ti parlassi di cosa ho sentito mentre tu affrontavi la gara forse più tua da sempre, l’Icon di Livigno. 3800 metri di nuoto a 1800 metri sul livello del mare, 195 chilometri in bici con 5000 metri di dislivello e la maratona con l’arrivo a Carosello 3000. L’essenza della fatica in simbiosi con ciò che hai sempre amato più di ogni altra cosa al mondo: la montagna. Ecco quello che avrei voluto dirti, che ti ho detto mentre sfidavi te stesso, che continuerò a dirti ogni volta che me lo chiederai.

Penso sempre agli incipit dei miei articoli e dei miei post. Mi sembra, e non so se sia reale o solo un’illusione, che una volta trovato il modo giusto di cominciare, il resto, il tono, il registro, le parole stesse, fluiscano in modo coerente e semplice, come se scorressero fuori da me.

Le preparazioni, quelle belle e intense

Ma per questo post, che è una lettera aperta, non sono riuscita a trovare l’inizio. L’ho cercato, sono andata a scavare nella memoria (il primo momento in cui mi hai detto che avresti voluto partecipare all’Icon), ho provato anche ad andare più a fondo (il desiderio di un Extreme dopo lo Swissman) e sono finita in fondo alla tua anima e al tuo desiderio di sfidarti sempre.

Ho cercato, ho cercato… e alla fine ho trovato te

Alla fine ho trovato te, e forse è questo il vero inizio di questo lettera, tu, quello che sei e quello che riesci a costruire, con la testa e i muscoli, e soprattutto con quel muscolo particolare che si chiama cuore. Ho trovato te, una tovaglietta di un ristorante tutta scarabocchiata di date e di impegni e 4 amici con le teste strette a osservare quelle scritte trasformarsi in immagini, in azioni e poi in ricordi.

Lo so che mi hai ascoltato… sempre

Ecco dove comincia tutto. Ecco dove ho iniziato a comunicare con te senza che tu davvero lo sentissi, eppure son certa, che mi hai ascoltato, sempre.

E quanto ti ho parlato…

Non sai quanto ti ho parlato, in quelle lunghe ore lontano da te.

Da quel momento davanti al fuoco…

Ho cominciato la notte prima, o meglio in quelle poche ore di riposo, mentre tu dormivi e io ho visto tutte le ore dell’orologio. Alle 11:00 quando mi sembrava notte fonda e pensavo che mancavano ancora 3 ore e mezzo al suono della sveglia, ho pensato di chiamarti e dirti di non partire, di non buttarti in quel lago buio e freddo, che mi faceva paura. E poi, nello stesso istante, ho detto, al te dormiente, che sei troppo bravo e forte e determinato per tirarti indietro e che da quell’acqua nera saresti uscito presto.

…a quando sei uscito dall’acqua…

Eppure quando, su quel prato pieno di falò, con il freddo che mi congelava le mani e il fuoco che ti illuminava il viso, ho pensato che dovevi buttarti là, in fondo a quel nulla, di nuovo mi ha preso il panico alla gola e ho ricominciato con quella cantilena silenziosa… “non andare amore, stai qui con me, andiamo a fare una passeggiata, ti offro un gelato e poi una birra e ci stendiamo sul prato a parlare di noi”.  Inesorabile la musica incalza e lo speaker alza la voce e riscalda gli animi. Sono il tuo supporter ufficiale e posso starti accanto fino a quando non metti i piedi in acqua. E quando risuona forte a sirena del via, è solo lì, che ti urlo… Vai. E’ la prima vera parola che esce dal cuore e finisce sulle labbra, ho temuto di rovesciarti addosso i miei timori, dirti di non partire e così me ne sono stata zitta, guardandoti tanto negli occhi e cercando la tua mano.

…velocissimo, ma gelato.

Per fortuna il nuoto è veloce. Esci dall’acqua 19esimo, dopo poco più di un’ora, ma sei gelato. La mia mano sulla tua schiena, dopo che ti ho tolto la muta, la trova così fredda che non sembra viva. Non ti ho mai sentito così. Mi dici cosa passarti, cosa metterti, cosa sfilarti con queste labbra che tremano. Vorrei abbracciarti e tenerti lì. Scaldarti e portarti a fare un bagno caldo. Sei bagnato, freddo e hai i brividi, ma i tuoi occhi fremono e io so cosa vuol dire. Non c’è più il tempo dell’attesa, tu vuoi andare, vuoi mangiarti quella strada, vuoi salire su su in montagna per scendere a valle con un sorriso in più. Esci dalla zona cambio che sembri l’omino Michelin e mi strappi un sorriso. Sento le voci di Anna e Andrea mentre corro verso la bici per sganciarla dalla transenna e passartela, tu alzi una mano, li saluti, sorridi e poi vai.

Da quando salivi sulla Forcola vestito come un eschimese…

Ricomincio a parlarti dalla macchina. “Adesso sali per scaldarti. Ti ricordi quando hai provato tutto il percorso circa un mese fa. Io ho fatto solo un pezzetto con te, avevo le gambe ancora stanche dall’Ironman a Zurigo e mi innervosivo quasi a vederti sgambettare in salita come se fosse la cosa più facile del mondo. Perché dove la trovi amore quell’energia lì? Dov’è che scavi dentro di te per rilanciare sempre e far sembrare tutto così facile. Come se chiunque potesse farlo. Con quell’espressione sorridente e il tuo umorismo inglese, che nessuno capisce, tranne noi tre, qui dentro, a questa macchina”

…ed eri un po’ buffo.

Dopo Forcola e Bernina, c’è la nebbia in Engadina… non che volessi fare la rima. Noi non sappiamo bene dove fermarci. Fa ancora freddo, poco più di 8 gradi e nonostante le soste tu ci dici di continuare, perché tanto così stai bene, vestito come un eschimese in sella ad una bici, sei un po’ buffo e un po’ strano. Solo verso le 11 decidi di cambiarti, in un parcheggio in Svizzera prima di attaccare il terzo passo, quello a gobba di cammello, il Fuorn.

…a quando con 30 gradi affrontavi prima il Fuorn e poi…

Sta per cominciare il pezzo davvero duro: i 25 km di salita dello Stelvio.

… l’eterno Stelvio.

Sembra impossibile e infinita. Fa caldo. Ci sono quasi 30 gradi. Ti ritroviamo più volte. Pranziamo persino, nel frattempo. E io intanto ti parlo. “Lo vedi questo passo, le montagne piene di neve in fondo, in cima mi hai detto che sembra una qasba. Vorrei poterti accompagnare ad ogni tornante. Vorrei che li contassi con me, e poter aver parole per te che ti diano la forza che tu mi hai trasmesso qualche mese fa su quella minuscola salita che è l’Heartbreak a Zurigo”. Ora so cosa mi dirai alla fine della gara: mi racconterai di quei crampi che arrivavano e che tu tenevi sotto controllo, della scelta di non fermarti, della tua certezza che una sosta avrebbe fatto arrivare crampi così forti da non ripartire più, in salita sullo Stelvio, delle tue richieste di sali carichi, che a me e ad Anna parevano imbevibili. Ma io allora tutti i tuoi pensieri non li sentivo, impegnata a parlarti e a guardarti, forse ti ho ascoltato poco.

Ti ho parlato e son rimasta salda, grazie ai nostri amici. Persone vere fino in fondo, anche quando mi mentono

E lo sai che mi hai anche fatto ridere mentre ingurgitavi i tuoi panini sullo Stelvio e ci dicevi quanto erano buoni. Vorrei raccontarti di che impressione mi facevano le tue gambe in alto, mentre eri steso per terra sulla cima Coppi, di che paura quelle tue discese velocissime e che emozioni quelle tue salite con la grinta cucita in ogni piega del tuo corpo. Del pianto trattenuto al tuo arrivo in T2, dopo quasi 200 km e 5000 metri di dislivello, quando mi hai detto, preso dal panico, “ehi lui mi ha detto che mi devo muovere se no non arrivo in cima, a Carosello 3000”. E della mia razionalità a farti i conti, i numeri, gli orari, le proiezioni. Quelle stesse proiezioni che ripeterò ad Anna come un mantra, per paura di essere così stanca da sbagliare tutto, anche la matematica. Vorrei narrarti di quella tenerezza infinita nel vederti partire con lo zainetto sulle spalle, tre stracci vuoti ormai, su una versione di te consumata dalla fatica e dallo sforzo, eppure sgambettante, perché dentro c’era ancora fuoco.

E quanto ho riso coi tuoi panini…

Ma più di tutto vorrei dirti di quegli interminabili, lunghissimi, sconfinati minuti ad aspettarti sotto casa, dove passava il 13esimo chilometro e dove non arrivavi più. Vorrei parlarti di Anna che è partita, sola, per camminare verso di te, per cercarti, perché io non lo so dove avevo perduto tutta la mia forza, ma non ce n’era più, neanche nell’angolo più polveroso e dimenticato di me. Il panico, il panico di non vederti. Non so spiegartelo, amore, ma era lì, enorme, fagocitante. Vorrei dirti di tutto quello che non mi hanno raccontato, i nostri amici, fino a quando non siamo arrivati in cima e abbiamo tagliato quel traguardo insieme. Del racconto taciuto di quel tuo stomaco rovesciato, ancora una volta, di te che stavi malissimo, di quanto la tua pelle era pallida, quasi verdognola. Perché a volte l’amicizia è silenzio e sorriso, e forse anche un po’ di menzogna.

… e quanto ho pianto quando sei arrivato dopo il Fuscagno in T2

Quello che invece io non scorderò mai è quel momento in cui ti ho chiesto: “tesoro vuoi ritirarti?” e per la prima volta ho visto il tuo sguardo che diceva sì. 

E non ti ho detto dell’angoscia dei tuoi occhi quando pensavo volessi ritirarti…

Ma poi, come sempre, hai scovato te stesso in fondo al tunnel della stanchezza. Ti sei alzato. Hai ripreso a camminare e poi a correre. Ti sono stata a fianco pochi metri, per dirti che ce la potevi fare, anche ad arrivare in cima se volevi, ma che comunque sarebbe stato bello anche l’arrivo a Livigno.

… e forse ho fatto i conti tutti sbagliati,

Vorrei sussurrarti, tesoro, di come Andrea ha preso il proprio dolore ai piedi, l’ha messo via e si è messo a correre con te, per non lasciarti solo.

…forse il tuo sorriso mi ha confuso…

Vorrei dirti di quando vi ho aspettato, al cancello orario, al buio, con le frontali degli altri concorrenti che scendevano giù, in coppia o in tre, come lucciole. E dietro ogni lucciola speravo di vedere te. Sapevo che saresti arrivato in tempo, sapevo che saremmo saliti su, a Carosello 3000.

…o forse ancora tu eri troppo stanco e consumato per capire…

E alla fine, alla fine su quei 10 ultimi chilometri verticali, eravamo insieme.

…ma su quella cima ci siamo arrivati.

Tu non parlavi. Troppo stanco, finito, senza forze.  Ma io sì che ti parlavo. Ti riempivo la testa di parole, di frasi di ogni genere, stupide, vere, finte. Ti chiedevo di mangiare, di bere, di non fermarti. Ti avrò chiesto 100 volte come stavi e poi ti dicevo di non rispondermi, di risparmiare il fiato.

Grazie a chi ci vuole (sempre) bene…

Solo quando abbiamo cominciato a sentire lo speaker, solo quando sembrava davvero che ce l’avremmo fatta, solo allora hai detto “l’ultima rampa deve essere davvero bastarda”.

…e ci sta accanto senza remore…

Ed avevi ragione, perché è verticale quell’ultima rampa, in mezzo alla terra smossa, con qualche sasso a spuntare e a rendere il tutto più difficile. Eppure ha un’enorme bellezza quella salita, perché è l’ultima, l’ultima prima del fuoco che sale alto in cielo, l’ultima prima di quella frase “Simone, you are an Icon”, l’ultima prima di quel nastro che hai voluto alzare al cielo insieme a noi con il tuo buffo cappello che non può mai mancare.

…senza dubbi. E con tanta forza!

Ecco amore, sono passati quasi due mesi e tanto ci ho messo a tirar fuori tutto quello che volevo dirti. Forse perché ho paura di un’altra sfida o forse solo perché senza le tue sfide saremmo un po’ meno noi. Tu sappi che io ci sarò, qualunque cosa sia, con le mie parole dette, scritte e a volte taciute.

E grazie a te

Alla prossima amore mio.

… che rimani sempre, immancabilmente…
…tu!
Alla prossima sfida, amore mio

2 pensieri su “Lettera aperta ad un Icon

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